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| BIOGRAFIA |
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Alessandro Gabbia nasce a Brescia nel 76’. Figlio d’arte, si avvicina alla pittura ancora da bambino, e sotto la guida del padre Domenico comincia a muovere i primi passi nel mondo dell’arte. |
Nel 2008 il museo “Heritage” di Malta, organizza la sua fortunata personale dal titolo “ Mirror of Life”. Attualmente lavora in esclusiva nazionale per Telemarket.
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| ULTIME OPERE |
CITTA':
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L'ANIMA CELATA :
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FRATELLI D'ITALIA :
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ECCE HOMO :
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VARI 2010-2012 :
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RITRATTI:
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NEVE:
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| ALTRE OPERE |
ATHEOS: "Ho guardato su un’enciclopedia, la parola ateo deriva dal greco àtheos.E quella parola indica non la persona che non crede in Dio, ma la persona
sola, abbandonata dagli dèi."Orhan Pamuk, Neve.
Il titolo dell’opera “ àtheos” prende spunto da una riflessione di Orhan Pamuk tratta dal libro “Neve”.
Lo scrittore definisce il significato della parola ateo in maniera diversa da come noi siamo abituati ad intenderla, ovvero non una persona che non crede in Dio, ma un uomo solo abbandonato dagli Dei.
Nelle mie opere ho raffigurato un uomo immerso nel buio, intento a rappresentare l’impossibilità di essere felice senza la luce di Dio. Non siamo noi che rifiutiamo di credere , ma è Dio stesso che ci rifiuta.
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INNO NAZIONALE:
“ Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava.
Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più. “
Ho deciso di presentarle la visione delle mie opere, con una frase di Elie Wiesel, tratta dal libro autobiografico “ La notte”, scritto sul periodo di detenzione nei campi di concentramento.
Il romanzo si conclude, con la liberazione dal campo e la descrizione dell’autore nel guardarsi allo specchio, dopo non essersi piu’ visto per anni.
Quando lessi per la prima volta questo libro, avevo appena cominciato a lavorare al progetto sulla guerra in Iraq, e mi fece riflettere molto, su cosa provasse un soldato Americano o Iracheno, nel guardarsi allo specchio in questi anni di guerra.
Fu cosi, che decisi di ritrarre combattenti di entrambi schieramenti, nell’atto di guardarsi allo specchio, per trovare i segni che anni di violenza avevano lasciato nel buio dei loro occhi.
Alessandro Gabbia
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CAPUT MORTUUM:
“Se ne stanno divisi nel mondo,
ognuno con la sua notte,
ognuno con la sua morte,
agri, la testa nuda, nella brina
di ciò che è remoto e vicino”
(Paul Celan)
Non un tempo veloce e irrequieto, che scivola verso l’istante abissale in cui la vita finisce, ma un trascolorare lento, un lavoro paziente. Polvere su polvere cancella le tracce, assidua. Il nulla consuma i lineamenti di questi volti senza materia come la pioggia porta via le lacrime dalle guance dei morti, nella danza macabra che chiude Il Settimo Sigillo di Bergman. L’esito è oblio senza redenzione e anche il processo non riserva sorprese: pacato, irreversibile, costante.
Alessandro Gabbia non indica solo un passaggio - l’angoscia di chi varca la soglia, il dolore estremo - ma raccoglie i segni di un progressivo venire meno, una perdita di consistenza quotidiana. Tutto ciò che vedemmo si allontana e sbiadisce. Lo sguardo - annichilito - resta inchiodato in una fissità vuota. Nessuna intenzione, niente parole. Senza attendere che almeno qualcosa sia compiuto la cenere cade come pioggia a confondere i lineamenti con lo sfondo. La scarnificazione è dolorosa, non uno strappo vivo, ma una lontananza irrevocabile. Il principium individuationis si perde in un girotondo di volti tutti uguali. La materia è liquida, è colore, trasparenza, velatura, è traccia in bilico sul nulla. Una decomposizione senza carne e senza catarsi. L’ossessione per la memoria diventa segno: le linee del volto come scrittura e le tracce che le gocciolature lasciano sulla tela. Si avverte in queste opere una grande cura compositiva (parti di quadro sembrano lavori astratti) ed equilibrio cercato nei passaggi del colore e nel bilanciato alternarsi di luce e ombra. Il segno è come un nome ripetuto contro la possibilità di dimenticare. E l’armonia della composizione tradisce la ricerca di un ordine: un ordine debole fatto di segni, ma privo di senso, quando tutto ciò che deve accadere è già accaduto.
Vera Maria Carminati.
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| FOTOGRAFIE |
La selezione di fotografie che propongo sono una raccolta di scatti eseguiti in diversi anni e svariati luoghi, con l’unico intento di raccontare il paesaggio e le persone che lo abitano.
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| CONTATTI |
Alessandro Gabbia
Via Montebello, 15 - Cellatica (Brescia) - Italia
tel.: +393297864869
| NEWS |
Primo premio nazionale Stile Arte 2010, Brescia Mostra personale alla Galleria Dell’Aref, Piazza Loggia 11/f Brescia - marzo 2010 (visualizza filmato della mostra) Vincitore Premio Artistico Maurizio Martolini - maggio 2010 (visualizza foto premiazione) - (leggi presentazione scritta di Alessandro Martolini) |
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Alessandro Gabbia:
C’è un lemure su un muro
Ha vinto a pari merito
Il Sarezzo giovani.
Ora viaggia tra gli animali
Astratti della notte
Autentica partenza dall’astratto per il venticinquenne Alessandro Gabbia, uno dei tre vincitori del Premio giovani del concorso nazionale di Sarezzo. Se si escludono le opere adolescenziali, nelle quali amava misurarsi soprattutto con il ritratto, Gabbia s’è presto orientato – grazie anche all’osservazione delle opere del padre, Domenico- ad una ricerca di materie, equilibri cromatici, contrappesi compositivi e , nel più recente segmento temporale, a una pittura da “ direzione d’orchestra” nella quale, giovanilmente, il gesto assume le caratteristiche di un evento determinante ai fini della soluzione dell’opera, gesto sorretto dall’uso di pennelli d’ampia apertura alare, setole intrise che provocano una ricercato gocciolamento del colore. Questi dipinti- per certi aspetti vicina alla prassi di action painting- si presentano emulativamente nei confronti di modelli primari dell’arte contemporanea, nonostante le buone soluzioni proposte dal giovane artista, come variazioni sullo stesso tema, raggiunte lanciando sul fondo scabro della preparazione – ottenuta con un gesso di densità eterogenea- una materia caliginosa, nero più una punta di cobalto, che porta i fiumi ferrigini a volare sulle tele un po’ come esuli pensieri del vespero, conferendo al quadro l’idea di un moderno dramma urbano, di uno sturm und drang astratto che emerge nella sua drammaticità anche grazie allo stillare di un filo rosso, che ricorda una traccia ematica rappresa.
Eppure riteniamo che la direzione di Gabbia si esprime con maggior incisività – e dove con certezza l’artista proseguirà, in linea con un più autonomo sentire - sia quella che definiremo “ del muro fossile”, di un supporto che si riempie di proiezioni o di ombre come materializzate da un flusso di fotoni che ha calcinato, rendendola fotosensibile, la parete circostante per lasciare, laddove esisteva un corpo frapposto, il vuoto dell’assenza: e sono quelle ombre, poligoni che ricordano pesci, triangoli dipinti su una fascia di garza, animali notturni di specie indefinibili, lemuri, sogni concreti di una notte di mezza estate, comunque più tracce di corpi che simboli.
Gabbia li rappresenta su parallelepipedi giustapposti. Come in un’elencazione. Come in un diario settimanale.
Maurizio Bernardelli Curuz, da Stile arte maggio 2001
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Alessandro Gabbia
Sguardi drammatici
Il destino ha voluto chiudere il libro della vita. L’arte però è in grado di ricominciare a sfogliarne le pagine. L’intento è quello di continuare un racconto interrotto cercando di strappare alla morte i suoi riferimenti.
Alessandro Gabbia ritrae i volti della drammaticità. Soggetti presi a prestito dalle cronache e riportati al presente nell’attimo in cui avevano abbandonato il passato. E’ il percorso della sofferenza, il cammino della memoria e i suoi terribili incroci. Come uno schianto improvviso, un colpo risolutore che balza dal non ritorno e proietta in un futuro di nuova rassegnazione. La sofferenza ha scalfito quei volti, li ha seganti irrimediabilmente, devastando la loro anima. Non è un caso che i soggetti ritratti siano solo al maschile: è un espediente per non concedere nulla alla bellezza o semplicemente alla grazia, prerogative quasi imprescindibili della figura femminile. Il tormento è stampato a chiare lettere: le spiegazioni paiono a questo punto superflue.
Dentro a questi occhi regna solo la disperazione concepita come fissità: non rimane nulla nella mente che un primo piano, un immagine che vuole recuperare credito, aggrappandosi ad un mondo che non è più il proprio, ma nel quale può comunque ritrovare tracce del suo esistere. Il passato diventa un’ossessione, un rapporto carico di tensioni emotive nelle quali i ricordi litigano con le paure lasciando inesorabilmente a queste l’ultima parola.
Come una catena senza fine e con un inizio non precisato. Di incontrovertibile rimane il credito con la vita, la coscienza di esso e il desiderio di riaffacciarsi su quelle pagine.
Un nucleo recente di opere di Alessandro Gabbia è esposto in questi giorni al circolo culturale Bertolt Brecht di Milano. Tema della mostra è “ caput mortuum” a richiamare il filo conduttore delle ultime opere dell’artista.
In esposizione oli su tela eseguiti negli ultimi due anni e per la maggior parte di grandi dimensioni.
Stefania Vitale da Dentro Casa ottobre 2006
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